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Costruzioni, Ance: ‘abbiamo toccato il fondo’

Per ripartire necessari nuovi investimenti, bonus fiscali a regime, riattivazione del credito

Vedi Aggiornamento del 10/07/2014
21/06/2013 - Le costruzioni stanno vivendo il momento più nero della loro storia: gli investimenti sono in caduta vertiginosa da 6 anni, i posti di lavoro persi hanno toccato quota 446 mila, se si considera l’indotto si arriva a quota 690 mila, come l’intera popolazione di Palermo, le imprese fallite sono 11.177.
 
Sono i dati più drammatici dell’Osservatorio congiunturale sull’industria delle costruzioni, a cura del Centro Studi Ance, illustrati mercoledì dal presidente, Paolo Buzzetti e dal vicedirettore generale, Antonio Gennari, alla presenza del viceministro dell’Economia, Stefano Fassina

“Siamo alla deindustrializzazione - ha dichiarato Buzzetti - bisogna immediatamente ridare credito alle famiglie e alle imprese e creare lavoro realizzando le opere pubbliche indispensabili. Bene ha fatto il Governo con questi primi provvedimenti - ha proseguito il presidente dei costruttori facendo riferimento agli ecobonus e alle semplificazioni per l’edilizia - ma bisogna avere più coraggio e immettere denaro con decisione sulle infrastrutture e la manutenzione del territorio”.
 
Il viceministro Fassina ha affermato che dopo 5 anni di austerità nell’Eurozona il debito pubblico è aumentato di 30 punti percentuali: “non abbiamo centrato l’obiettivo di finanza pubblica per il quale sono state compiute azioni così pesanti in termini sociali”. Fassina ha sottolineato, tuttavia, che con i primi tre decreti il governo ha fatto passi avanti per dare risposte alla grave emergenza del settore dell’edilizia. “Ovviamente bisogna andare avanti - ha concluso - e lavorare sul credito alle imprese e alle famiglie, ma siamo sulla strada giusta”.

La situazione 
L’Ance ha rilevato che sono fallite 11.177 imprese di costruzione, su un totale di circa 48.500 aziende chiuse di tutti i settori economici in Italia (circa il 23% dei fallimenti); e si è arenata la produzione di cemento: nel 2012 le quantità consegnate sono diminuite del 22,6%. Stessa sorte per il legno: il mercato dell’edilizia-arredo ha visto, infatti, crollare il proprio fatturato del 19% (leggi tutto).
 
Dall’inizio della crisi le compravendite di abitazioni si sono dimezzate (-49%), riportandosi ai livelli di metà anni ottanta, con una caduta vertiginosa, solo nel 2012, di circa il 26% (leggi tutto). Due i motivi principali: le banche hanno smesso di concedere mutui alle famiglie per l’acquisto di abitazioni: in sei anni -58%; la casa è gravata da troppe tasse: 9 le voci di tassazione, cui si aggiunge l’Imu che ha fatto lievitare le imposte sugli immobili di 12  miliardi di euro.
 
Nel periodo 2007-2012, in Italia la riduzione dei finanziamenti alle imprese è stata del 45,6% per gli investimenti nel comparto abitativo e del 62,4% nel non residenziale. È come se negli ultimi sei anni le banche avessero negato 77 miliardi di euro di finanziamenti per gli investimenti dell’edilizia.
 
Per il 2013 le previsioni per gli investimenti in costruzioni sono negative: a fine 2013 registreranno un’ulteriore caduta del 5,6% rispetto al 2012. Il crollo, però, sarebbe stato peggiore senza due importanti provvedimenti come la proroga e il temporaneo potenziamento degli incentivi fiscali per le ristrutturazioni e la riqualificazione energetica (leggi tutto) e lo sblocco delle risorse per una prima parte dei debiti delle PA (7,5 sui 19 miliardi di euro di crediti delle imprese di costruzioni) (leggi tutto).
 
L’Ance ipotizza quindi due scenari possibili per il prossimo anno: la completa disgregazione del comparto industriale delle costruzioni o la ripresa dell’edilizia e dell’economia del Paese.
 
2014 - Scenario senza politiche per il settore. Senza interventi specifici per il rilancio dell’edilizia, l’Ance stima che gli investimenti in costruzioni continueranno a calare del 4,3% nel prossimo anno. Ciò significa che in 7 anni il settore delle costruzioni avrà perso il 32,1% degli investimenti, pari a circa 59,3 miliardi di euro. Sarebbe il tramonto dell’intero tessuto industriale dell’edilizia.
 
2014 - Scenario con politiche per il settore. Diversa sarebbe la situazione se si avviassero misure per riattivare il mercato, che rispondono all’evidente bisogno di potenziare e migliorare le infrastrutture sul territorio e stimolare interventi di trasformazione, riqualificazione e rigenerazione urbana.
 
In particolare, le misure proposte dall’Ance riguardano:
- investimenti aggiuntivi in infrastrutture nel 2014, per la realizzazione delle infrastrutture necessarie, in particolare quelle medio-piccole;
 
- revisione dell’IMU anche per attivare l'offerta di case in affitto ed eliminazione dell'IMU per gli immobili costruiti dalle imprese edili e non ancora venduti;
 
- messa a regime della detrazione del 50% (ex 36%) ed estensione della stessa agli interventi di demolizione e ricostruzione dell’esistente con variazione della sagoma e della volumetria;
 
- messa a regime degli ecobonus rimodulandone l’intensità in funzione della maggior efficacia dell’intervento nel raggiungimento degli obiettivi di risparmio energetico dell’edificio ed estendendola alla messa in sicurezza sismica;
 
- riattivazione del credito, coinvolgendo la Cassa Depositi e Prestiti nell’acquisto di obbligazioni garantite (covered bond) a media lunga scadenza emesse dalle banche per finanziarie i mutui delle famiglie per l'acquisto di abitazioni ad elevata efficienza energetica.
 
In questo modo, secondo l’Ance, nel 2014 gli investimenti in costruzioni crescerebbero dell’1,6%; anche se i livelli produttivi resteranno negativi, si invertirebbe il ciclo disastroso degli ultimi 6 anni. Si interromperebbe il trend negativo degli investimenti in opere pubbliche, in atto dal 2005, che aumenterebbero del 15,9% con indubbi effetti positivi sul settore e sull’economia del Paese.
 
Secondo un’analisi del professor Mario Baldassarri - conclude l’Ance -, spendere 5 miliardi in infrastrutture nel 2014 aumenterebbe il Pil (+0,33%) e produrrebbe 44.500 nuovi posti di lavoro. L’analisi dimostra la possibilità di realizzare, nei prossimi 5 anni, una importante manovra di rilancio delle infrastrutture, che sostenga la ripresa e la crescita dell’economia, con effetti molto positivi sull’occupazione, senza sforare il limite del 3% di deficit fissato dall’Unione Europea e riducendo addirittura il rapporto debito/Pil.