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Gas serra: l’Italia chiede di rivedere gli obiettivi UE

Gas serra: l’Italia chiede di rivedere gli obiettivi UE

Gli ambientalisti: pacchetto 20-20-20 opportunità di sviluppo industriale

Vedi Aggiornamento del 18/09/2009
di Rossella Calabrese
Vedi Aggiornamento del 18/09/2009
01/10/2008 - Una revisione degli obiettivi assegnati all’Italia nell’ambito del pacchetto UE “20-20-20” contro i cambiamenti climatici. È quanto chiederà il governo italiano in occasione del vertice Ue del 15 ottobre prossimo.
 
Secondo il Governo, il Pacchetto energia-cambiamenti climatici, approvato dal Consiglio europeo nel marzo 2007 - che prevede l’abbattimento delle emissioni dei gas serra del 20%, la riduzione dei consumi energetici del 20% e la produzione di energia da fonti rinnovabili al 20%, entro il 2020 (leggi tutto) - potrebbe costituire una minaccia per il sistema industriale italiano, se venisse adottato nell’attuale formulazione.
 
Nei giorni scorsi il Ministro per le Politiche Europee, Andrea Ronchi, ha incontrato a Bruxelles una delegazione degli eurodeputati italiani (intervento del ministro) ai quali ha spiegato che l’Italia “condivide nello spirito il Pacchetto” ma ritiene troppo impegnativi gli obiettivi nazionali assegnati al nostro Paese: l’UE - ha spiegato Ronchi - chiede all’Italia di portare al 17% la quota di energie rinnovabili, attualmente al 5,2%, e di ridurre del 13% le emissioni nei settori del manifatturiero, trasporti e edilizia.
 
Alla luce del mutato contesto economico internazionale - ha continuato il Ministro -, il governo italiano ritiene necessario un attento riesame dei riflessi sulle imprese e sui cittadini del “Pacchetto Energia-Ambiente”. Secondo uno studio del Governo il pacchetto europeo comporterebbe un significativo aggravio degli oneri a carico delle aziende e dello Stato; si delineerebbe, quindi, un quadro ben più problematico rispetto alla valutazione d’impatto predisposta dalla Commissione europea. L’Italia - ha spiegato Ronchi - conferma la propria adesione agli ambiziosi obiettivi del pacchetto “20-20-20” e ribadisce il pieno sostegno per la scelta del 2005 quale anno di riferimento.
 
L’Italia propone quindi di attenuare l’impatto del Pacchetto sul sistema industriale, al fine di tutelarne la competitività in sede internazionale. Infatti il riesame della stima dei costi indica oneri per le imprese ben superiori alle stime della Commissione, peraltro oramai datate. Tali costi avrebbero il duplice effetto di indebolire l'industria europea rispetto ai concorrenti dei Paesi terzi e di scaricare sui consumatori buona parte degli oneri aggiuntivi (ad esempio in termini di prezzi dell'energia e dei prodotti “energivori”). Dobbiamo evitare - ha concluso Ronchi - di sottoporre le imprese europee a degli oneri cui non sono soggetti i concorrenti dei Paesi terzi, altrimenti si rischia la deindustrializzazione dell’Europa.
 
Sul tema è intervenuta Stefania Prestigiacomo, Ministro dell'Ambiente, secondo la quale le misure dell’Europa per il clima da qui al 2020, seppure venissero approvate nella loro formulazione più restrittiva sarebbero pressoché ininfluenti riducendo il plafond di emissioni globale di circa il 2%, cioè all’incirca di quanto la Cina incide sull’incremento delle emissioni globali ogni anno”. “Se si vuole davvero incidere in questo campo - ha continuato la Prestigiacomo - è necessario in primo luogo intervenire sulle economie di Usa e Cina e degli altri paesi “energivori” in via di rapido sviluppo come India, Brasile, Corea.
 
L’Italia si sta muovendo in due direzioni: la prima è quella di discutere in sede europea per un sistema di misure e sanzioni equilibrato, basato sul principio del “chi più inquina più paga”; la seconda è quella di agire a livello internazionale (e l’occasione della presidenza del G8 nel 2009 è importantissima) perché l’impegno per il clima diventi davvero “globale” e sia assunto soprattutto da chi il clima lo minaccia di più”.
 
 
L’Italia rema contro l’Europa? Se lo chiede Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club, commentando su qualenergia.it l’iniziativa del Governo.
 
Recenti documenti ministeriali - spiega Silvestrini - stimano costi annuali per l’Italia tra i 23 e i 27 mld di Euro, a fronte di una riduzione di un misero 0,3% delle emissioni mondiali. Invece il contributo europeo alle emissioni mondiali si situa subito dopo quello della Cina e degli Usa. In questo contesto, l’impegno italiano, con un taglio del 13% nei settori non sottoposti alla direttiva Emissions Trading, rappresenta un parte importante della sfida del Vecchio Continente.
 
I numeri mirabolanti sopra indicati (23-25 miliardi €/a) - osserva Silvestrini - sono assolutamente più elevati rispetto a quelli degli studi che sono finora circolati. Ad iniziare dalle stime stesse fatte dall’Unione Europea che indicano un costo che comporterà una riduzione annua della crescita del PIL compresa tra lo 0,04 e lo 0,06%. Ma i costi presentati dal Governo italiano rappresenterebbero una cifra pari all’1,7%del Pil, cioè 30 volte maggiori rispetto alla valutazione europea. Dunque è chiaro che si tratta di elaborazioni fatte per cercare di strappare impegni minori per il Paese, articolando la solita battaglia di retroguardia che impedisce di mettere a fuoco le potenzialità di una strategia d’attacco.
 
Secondo uno studio di McKinsey reso pubblico nei giorni scorsi - continua Silvestrini - l’Europa potrebbe arrivare a stabilizzare i suoi consumi energetici nel prossimo decennio, grazie a risparmi pari a 440 Mtep, allineati con la riduzione del 20% dei consumi chiesti dalla UE, con un vantaggio economico netto per la collettività. Senza dimenticare che il boom di investimenti verso le tecnologie dell’efficienza energetica e le fonti rinnovabili che è partito nel mondo è una grande opportunità per la nostra industria, come lo è per la Germania che in pochi anni ha creato 250.000 posti di lavoro nelle rinnovabili.
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