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Correttivo Appalti, Ance: ‘bene ma ci sono criticità da correggere’

Correttivo Appalti, Ance: ‘bene ma ci sono criticità da correggere’

Gli edili vorrebbero alzare a 2,5 milioni la soglia del massimo ribasso. Unicmi contraria alla marcia indietro sull’in house

Vedi Aggiornamento del 08/03/2017
Correttivo Appalti, Ance: ‘bene ma ci sono criticità da correggere’
di Paola Mammarella
Vedi Aggiornamento del 08/03/2017
15/02/2017 - Nonostante l’apprezzamento per il lavoro svolto dal Governo con la bozza di decreto Correttivo al Codice Appalti (D.lgs. 50/2016), i rappresentanti delle imprese non sono soddisfatti dall’impostazione delle norme.
 
L’Associazione nazionale costruttori edili (Ance) ha chiesto, ad esempio, di elevare a 2,5 milioni di euro la soglia per l’aggiudicazione delle gare col massimo ribasso.
 
L’Unione nazionale delle industrie delle costruzioni metalliche dell’involucro e dei serramenti (Unicmi) ha criticato duramente la scelta del Governo di fare marcia indietro sui limiti agli affidamenti in house. 
 

Ance sul Correttivo Appalti

“Alcuni interventi di modifica - ha affermato il presidente Ance, Gabriele Buia - vanno sicuramente nella direzione giusta per ripristinare un corretto rapporto tra amministrazioni e imprese. Restano, tuttavia, alcuni punti critici sui quali ci auguriamo si possa intervenire nel corso dell’iter di approvazione del correttivo”.
 
Come già chiesto più volte in questo periodo, per l’Ance è necessario innalzare a 2,5 milioni di euro la soglia per l’utilizzo dell’esclusione automatica delle offerte anomale, con metodo antiturbativa, in modo da garantire maggiore trasparenza nella fase di aggiudicazione dei lavori, soprattutto per opere che non necessitano di particolare complessità progettuale, come quelle di manutenzione.
 
Sull’appalto integrato l’Ance ha dichiarato di non condividere la facoltà di utilizzare il general contractor per lavori a partire dai 15 milioni di euro, considerato “un limite troppo basso per la fascia di mercato di riferimento di questo strumento”.
 
“Resta inoltre da sciogliere - ha aggiunto Buia - il nodo del sorteggio delle imprese da invitare alle procedure negoziate senza bando, che svilisce la qualificazione e l’esperienza degli operatori e rende impossibile la programmazione dell’attività di impresa”. “Da chiarire - infine - la realizzazione delle opere a scomputo, necessarie alla collettività”.
 

Unicmi e appalti in house

Unicmi ha scritto al Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti per segnalare “forti preoccupazioni” sulla decisione di escludere le manutenzioni e le opere eseguite in proprio dalla regola del Codice in base alla quale, nelle concessioni di importo superiore a 150 mila euro, l’80% dei lavori va affidato con gara e il 20% può andare alle società in house.
 
Secondo Unicmi, i sindacati, che in questi mesi si sono opposti al Codice Appalti, hanno una posizione ambigua perché difendono solo gli interessi dei lavoratori dipendenti dei concessionari “ignorando le conseguenze che l’in house produrrebbe non tanto ai bilanci delle imprese specialistiche di settore, argomento che spesso il sindacato tende a non ritenere rilevante, quanto ai livelli occupazionali delle imprese stesse”.
 
Come osservato da Unicmi, dal momento che i concessionari hanno ottenuto la concessione senza aver vinto una gara, “dovrebbero avere l’obbligo di affidare all’esterno, attraverso una procedura di gara ad evidenza pubblica, non già solo l’80%, bensì il 100% dei contratti di lavori, servizi e forniture, senza neanche il limite dei 150mila euro”.
 
Per fare maggiore chiarezza, Unicmi ha anche proposto di rivedere la definizione di manutenzione ordinaria, restringendo l’elenco degli interventi rientranti in questa categoria a quelli che non necessitano di investimenti da parte dei concessionari, ma rientrano in una attività programmata.
 
“Tutto ciò - ha concluso Unicmi - per la tutela del comparto industriale, ma anche per gestioni trasparenti a beneficio della qualità dei processi edilizi e degli utenti che utilizzano le infrastrutture date in concessione”.
 

Finco e opere specialistiche

Secondo la Federazione industrie prodotti impianti servizi ed opere specialistiche per le costruzioni (Finco), “è grave il restringimento della base su cui calcolare la percentuale massima del subappalto alla sola categoria prevalente ed è grave che nelle lavorazioni superspecialistiche le peculiarità che devono dimostrare le imprese vengano spostate dalla esecuzione alla qualificazione.

Con riferimento a quest'ultimo punto, è ben evidente che le caratteristiche di particolare specialità debbano essere dimostrate sia nel momento della qualificazione che in quello dell'esecuzione, ma la modifica proposta fa intravedere il pericolo, non irreale, che si voglia conservare la forma della qualificazione senza dare sostanza alla esecuzione consentendo a chiunque di eseguire le opere”.
 
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